San Remo non è Sanremo.

San Remo non è Sanremo.

Oggi inizia Sanremo, come tutti sappiamo.
È inutile che dici di no.

Per carità, trattasi di citazione, non certo di quell’orribile modo di esprimersi e di scrivere, figlio dei figli illegittimi di Wanna Marchi, che imperversano insegnando cose assurde, dando vita a sette parasataniche per parassiti e soprattutto per donne in finta carriera.
Il tu andrebbe abolito, e non aggiungo altro, perché su questo argomento entrerò più avanti, eventualmente, qui su FormaSostanza.

Tornando a Sanremo, domani anche io vi farò ritorno.
Sarà il mio ventesimo Sanremo dietro le quinte, ma non durerò più di un giorno.

Lo snobismo è per i parvenu, quindi attenzione: non è un atteggiamento snob, e nemmeno di superiorità.

Per me è difficile andarci, perché a Sanremo ho legato troppe cose che non mi permettono più di affrontarlo come succedeva da bambino, dato che abitavo di fianco.
Si, le elementari le facevo a Cinisello Balsamo, ma l’asilo no. O almeno, non del tutto.
Finché non hanno addirittura pensato bene di ritirarmi dall’asilo, onde evitare che diventassi socialista, cosa che invece sono diventato fin dal primo giorno di vita.

A Sanremo devo quel briciolo che mi ha salvato, perché mia nonna abitava lì, ed è stata più lei a crescermi, soprattutto nei miei primi anni.

Comunque, Sanremo appartiene a una vita precedente, e non più a questa.
Ci sono state ben Tre svolte, nel mentre.

Nel 2012, per esempio, ero lì per l’ultima volta con Lucio Dalla, allergico a Sanremo da quella notte del 1967 in cui uccisero Tenco, e fu lì che ci parlammo per poi non vederci più, prendendo il cappuccino della notte, all’Hotel Londra.
Un Hotel che sa di morte, ma anche di vita.
Certo, per me la morte non esiste, o almeno non nel senso in cui siamo tesi a interpretarla, ma l’assenza di Lucio, da allora, è stata una presenza ingombrante, ed è un vuoto difficile ancora oggi.
Non è bello perdere un amico, un datore di lavoro e un fratello, soprattutto.

Nel 2013, un anno dopo, ero inviato per un trittico di testate russe, che dette così ricordano le montagne (anche verdi) e c’era il mio amico Toto Cutugno a cantare con il Coro dell’Armata Rossa.
Il Coro non c’è più, come non c’è più nemmeno Franco Nisi, direttore di Radio Italia, attaverso il quale conobbi Toto ed entrai in radio, sempre stando dietro le quinte, sottotraccia, come è congeniale a una figura come la mia, impegnata sia nella produzione, sia nella parte autorale.
Anche per questo motivo, tra i tanti, ho deciso di non apparire più.
Finché non cambierò idea, o finché non sarò costretto.
L’integralismo lo lascio alla Delta, altra regina a Sanremo, ma su altri fronti.
Povera Lancia…

Nulla è definitivo. La luce ha bisogno di ombra, e viceversa, ma scusate, sto scivolando su Osho.
E io non lo conosco.

Tornando a rebours e a quel 2013: a Sanremo, c’era Michele Mondella, amico e ufficio stampa di altissimo livello.
Seguiva Maria Nazionale, e circola una mia intervista fatta a entrambi, su Youtube.
Michele è un’altra perdita.
Deve aver raggiunto Lucio, a quanto pare, come è successo a David Zard.

“Un giorno dopo l’altro, la vita se ne va”, diceva Luigi Tenco.
Solo che noi non vogliamo accorgercene.

Un anno fa, la sera prima di partire, ho rischiato un po’.
Un incidente di percorso, niente di più.
Ma anche questo factor ha inciso sulla mia scelta di esserci il meno possibile, e non soltanto sull’essere coinvolto in progetti su Sanremo, quanto in tutte le altre sfere, o gli altri settori, della mia permanenza qui. Altresì detta vita.

Così, mentre continuano ad anticipare la data di inizio di questa cosa schifosamente detta “messa cantata”, e ucciderei senza rimpianti il primo giornalista che s’è inventato questo ormai aggettivo composito per Sanremo, io sono qui, ora, e sto per partire.

Partire è un po’ morire, e morire è rinascere, quindi il giornalista inventore di idiozie può sempre sperare di rinascere meno giornalista, a patto che non sia già morto.

No perché questo sembra un necrologio esteso, o un coccodrillo avanzato.
In avanzato stato di decomposizione.
Però i coccodrilli non muoiono mai, e forse è per questo che, nel 2012, il mio inconscio decise di chiamare “Fiori e Coccodrilli” quella mostra collettiva che organizzai, e che il Comune di Sanremo decise persino di patrocinare, di sua sponte.

Un’ultima cosa, prima di lasciare le automobili che sto restaurando qui a Monza, ridando loro la vita che avevano perduto, in questa struttura che sto costruendo e che sarà detta “LaClinica” tutto attaccato: San Remo non esiste.

San Remo è morto nel 2002.
Da allora, cari amici giornalisti che dovreste sapere e soprattutto voi, cari amici e non amici che mi leggete con misericordia, Sanremo si scrive così, tutto attaccato.

Solo San Romolo si scrive ancora così.
Romolo l’ha avuta vinta, ancora una volta.
È dai tempi di Roma…

Enzo Bollani | FormaSostanza

Monza, 6 febbraio 2018

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