48 ore di razzismo e omofobia: tutti giudici, tutti contro Mamhood e la giuria.

Da poco più di 48 ore, continuiamo a sentire giudizi, e soprattutto pregiudizi, su chi vince il Festival di Sanremo.

Il bello è che, chi vince, debba mostrare il lasciapassare, che consisterebbe nell’essere italiano al 100%, perché nato a Milano, fino a prova contraria capitale morale e unica città italiana ad avere una dimensione e un’identità più europea, o comunque leggermente più aperta.

E su questo, Milano non è Italia, ma la somma di tutti quelli che arrivano dalle province dell’Impero, dal Sud soprattutto, in cerca di una fortuna diversa da quella che potesse essere il semplice sopravvivere, degli anni del Boom.

Anni in cui persino Celentano, per il cognome e per il suo volto, non proprio nordicissimo, ebbe qualche problema.

Gli stessi anni in cui Jannacci, pur essendo di padre pugliese, cantava in milanese e teneva banco alla RAI. Gli anni di “Vengo anch’io” e “Il cane coi capelli”.

Anni in cui, essere terrone, voleva dire essere trattato da inferiore. Soprattutto a Torino.

Milano ha incluso tutti, sempre.

 

Fa specie, anzi, fa schifo il fatto che uno, vincendo meritatamente e non certo per far dispetto a Salvini e a tutti i saccenti in circolazione, debba giustificare le proprie origini.

Nessuno, in questi giorni, si è chiesto come potesse vivere questa vittoria, Mamhood, bersagliato come è stato bersagliato da ogni genere di attacco razzista e, spesso, omofobo.

Nessuno glielo ha chiesto.

Lucio Battisti, che tutti i fascisti tirano fuori dal cilindro, cercando puntualmente di dargli una camicia nera post mortem, sostengono la tesi che l’ultimo musicista sia stato lui.

Fa niente se pensassero addirittura fosse un colletto verde, cioè un ricchione, ai tempi, perché si diceva se la filasse con Mogol.

Fa niente se, a “Speciale per voi”, gli inveissero contro, in tutti i modi possibili. Ed era il ’70.

Lucio Battisti, casomai, è stato un innovatore, e il bello è che continua ad esserlo.

Battisti è come Bach.

 

Scommetterei qualsiasi cifra sul fatto che Battisti possa essere d’accordo con Pagani, nel definire la canzone di Mamhood, “Soldi”, un capolavoro.

Una canzone fatta anche di pause, come succede in quasi tutte le canzoni di Battisti, ma soprattutto avanti anni luce, rispetto al panorama attuale.

Lucio Battisti, e lo cito per la terza volta perché, quei pochi che leggano o provino a capire quello che sto scrivendo, abbiano un chiaro un po’ più quadro della situazione, diceva una cosa molto precisa:

Il musicista deve stare davanti, e non dietro al pubblico.

Se stai dietro al pubblico, smetti di essere un artista.

Quindi, quando gli ex venditori di bibite allo stadio, figli di gente che fa lavorare in nero, si permettono di giudicare musicisti come Pagani e giornalisti come Severgnini, o si permettono di parlare di televoto sovrano, dovrebbero ricordarsi di quello che non sanno, e che qualcuno gli dovrebbe raccontare: grazie al televoto sovrano, vinse Emanuele Filiberto di Savoia, nell’improbabile trittico con Pupo e Luca Canonici, con la ancora più improbabile “Italia amore mio”.

Sempre grazie alla giuria demoignorantementescopica, vinsero i Jalisse.

Gli stessi che piangono da 22 anni, dicendo di essere stati esclusi da ogni Sanremo della faccia della Terra. Strano, perché sono sempre in giro.

Dovrebbero ringraziare di essere stati baciati dalla fortuna del principiante, e dall’ignoranza musicale di chi dovrebbe solo ascoltare.

In quel Sanremo, quello del ’97 (io c’ero e stavo iniziando a lavorare), avrebbe dovuto vincere Patty Pravo.

Vincitrice morale, più morale di quanto possa essere uscita vincitrice Loredana Bertè, perché la canzone era molto più bella, perché lei era veramente in gara, perché era un contesto diverso.

 

Fa schifo un’altra cosa: il fatto che Loredana Bertè non abbia vinto il Premio della Critica, dedicato a sua sorella Mimì.

Era un atto dovuto, come le sarebbe dovuto spettare un posto sul podio, che però non sarebbe mai potuto essere il primo.

Infatti, da musicista, non ho pensato nemmeno per sbaglio che potesse vincere, così come era inesistente il pezzo di Patty Pravo.

Non pervenuto, come non stava pervenendo lei sul palco, e il suo pianista.

Ma Patty Pravo, l’ho già specificato in un altro articolo, non ha alcuna voglia di competere.

Va a Sanremo perché le piace, perché ama il suo pubblico.

Lo stesso pubblico che la contraccambia, come riempie di attenzioni e stima la sua amica e collega, Loredana.

 

Ma l’Italia del 2019, troppo italietta, specie alla luce dei risultati in Abruzzo e delle becere proteste in Sardegna, merita una giuria di persone e professionisti sensibili, competenti, di prestigio.

Chiamarli radical chic equivale alle sortite di un elemento misterioso come Di Battista, che peraltro non si capisce bene se sia in politica o meno, il cui slancio da giudizio di pancia lo induce a dare titoli come “VILE” all’ex Presidente della Repubblica, Napolitano.

Un atto vergognoso. Un giudizio personale, una mancanza di rispetto senza eguali.

Sono questi comportamenti la principale causa della crisi italiana, destinata solo a peggiorare.

Il sentirsi autorizzati a giudicare, senza avere alcuna base per farlo, senza avere studiato, senza conoscere lo strumento.

Guidare senza patente.

In questo contesto, vince chi si scatta più selfie e mangia più schifezze possibili, per somigliare a un popolo che non vuole più ricevere stimoli al miglioramento, che si comporta come Pinocchio con Lucignolo.

 

Enzo Bollani | Calolziocorte, 12 febbraio 2019.

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