Mogol chiama Mamhood. Sarà per “Soldi”?

Sono, da sempre, un quasi fan di Mogol, per quanto il mio da sempre sia niente rispetto alla longevità artistica, produttiva e puramente temporale di questo autore, che definire autore è riduttivo.

Mi sarebbe sempre piaciuto rendere mia una sua massima, ma soprattutto una filosofia di base, nel rapportarsi al prossimo: “Se devo parlare di qualcuno, o parlo bene, o taccio”.

 

Interpellato sul Festival Sanremo N.69, casualmente lo stesso numero che ha lanciato Lucio Battisti, con la canzone che, più di tutte, riassume la magia del sodalizio del duo Mogol-Battisti, “Un’Avventura”, il nostro ha preferito glissare, dicendo di non averlo visto, perché c’era la partita.

Ho riso per 26 minuti, perché la partita ci sarà una sera, forse. Ma non per Cinque sere di fila.

 

E’ un modo, elegante e tipicamente suo, di evitare di esporre qualcosa che non sarebbe esattamente carino, o accondiscente, o accomodante. Non penso nemmeno che Mogol abbia qualcosa da dire, per esempio, sulla conduzione.

Non so quale sia la sua opinione su Ultimo, e sul suo modo di dimostrare una certa contrarietà, sottile, quasi invisibile, nei confronti della Giuria. Come se la Giuria fosse composta dalla Sciura Maria e dalle sue amiche del casco tritacapelli. Io conosco la mia, ma fin qui ho preferito non parlarne, e penso continuerò. Non mi sembra ne valga la pena.

 

Bene, su Mogol ci sono, invece, alcune considerazioni da fare, più che altro in merito ad alcune sue sortite, degli ultimi giorni:

se prima ero in totale disaccordo con la proposta di trasmettere una percentuale molto alta, ossia il 33, di canzoni italiane nelle radio (non ho ancora capito, però, se un’Elisa che eventualmente cantasse in inglese, sia da conteggiare o meno nell’italianità dell’editto leghista), ora sono quasi d’accordo.

Perché, comunque, anche se l’Italia non è che vanti una grande qualità produttiva, è pur vero che assisteremmo a un impoverimento culturale, se non avessimo fondi e introiti derivati da artisti nazionali, da trasformare in star.

Vero, c’è la indie, ma a me ha stufato in partenza, perché si capisce benissimo sia una finta, un modo per produrre a bassa qualità, con il lasciapassare dell’essere indiani, del giocarci sopra, dell’avere nomi improbabili e mise a dir poco sciatte. Trattasi di moda. Ne abbiamo viste passare, tante.

Ormai, si fatica veramente a contarle. Come la Beat, la moda dell’essere Indie passerà, con l’accento, perché sennò dovrei citare Rocco Tanica, ed ecco che l’ho citato, e mi fa piacere citarlo.

 

Passerà perché è già passata, e Calcutta ne è una prova, come ne è stata una prova il buon Cambogia, un fake costruito ad hoc, per esperimento sociale. Ci sono cascati tutti.

Se l’Industria discografica italiana avesse fondi, se creassimo nuovi miti, non sarebbe poi così male, e questa è un’attenuante rispetto a una presa di posizione figlia – soltanto – dell’ignoranza.

 

Dell’ignoranza di quelli della Lega Nord, oggi Lega razzista e basta, bastardi nel senso letterale, celtici fuori zona. Querelatemi pure, cari leghisti: bastardi vuol dire meticci, quindi, se voi andate a Pontida vestiti da Carnevale, con le corna in testa (a letto è meglio di no, visti i danni), e vi spacciate per figli di Thor, quando siete di Buguggiate, sappiate che siete bastardi. Non è colpa mia.

Se un fondo di giustezza c’è, nell’avere il 33, e produrre nuovi singoli e nuovi artisti con più fieno in cascina, c’è però da sottolineare quanto, comunque, una proposta simile sia puro e semplice protezionismo. Il liberismo distruggerà anche il mercato, ma se non si è competitivi, non si è competitivi.

 

Visto che, nonostante i grillini e la subcultura dell’Invidia, in Italia ci sono ancora molti soldi, allora che qualcuno li usi, una volta per tutte, per produrre qualcosa che non serva per le feste dei mafiosi espatriati nell’800. Grazie.

Di tamarrate pseudo-tenorili, penso se ne siano viste fin troppe. Quindi, se italianità volesse dire “Italia amore mio”, penso di poter espatriare anch’io, ma spacciandomi per ticinese. Mi vergognerei troppo.

 

Quindi, Mogol ha le sue ragioni, e se dovessimo vedere nuove produzioni di qualità, di ricerca, o pop per davvero, penso che comunque le radio premierebbero di loro sponte.

 

C’è, però, un argomento dove non riesco ad essere d’accordo al 49,8% con Giulio Rapetti, aka Mogol: il suo giudizio sul testo di “Soldi”, vincitore tra 87mila polemiche, in questo Sanremo che ancora fa molto parlare di se, a distanza di quasi Tre settimane (da raccontare).

Mogol sostiene che “Soldi”, di Mamhood, abbia un testo debole.

Io, appena ho sentito “Soldi”, ho gettato i miei occhi sullo schermo, e per fortuna sono tornati in sede da soli. Ero e rimango colpito dalla carica innovativa di un pezzo come questo.

Forse Mogol non si è accorto che Mamhood, in questa canzone, sia un vero innovatore, un artista di livello internazionale, come e forse più di Lucio Battisti. Solo per un fatto: sa anche cantare molto bene.

 

Certo, cantare bene non è fondamentale, perché il messaggio e l’intenzione, l’interpretazione personale contano di più. Ma il signor Mamhood, nome d’arte neanche troppo distante da quello vero, riesce ad amalgamare tutto, nel migliore dei modi.

Un testo come “Soldi”, su una musica prodotta nel modo in cui è prodotta, è perfetto come “E penso a te”. Forse Mogol non ci ha pensato, o chissà.

Forse avrebbe voluto che Mamhood uscisse dal CET, mentre dal CET è uscita Arisa.

Non mi sembra la stessa cosa, con tutto il rispetto per la Pippa.

 

Se Mogol invita Mamhood, è una sua illuminatissima e divertentissima furbata: promuovere il CET, ancora una volta, e rilanciarlo. Perché il 2019 e il Futuro della Musica viaggiano su binari finalmente chiari, dopo anni di Zero Assoluto e di poche novità, di troppe imitazioni e di troppa musica di nicchia.

Mamhood, comunque, esce da solo, senza l’ausilio di alcun protezionismo. Se poi infastidiscono le sue origini, vuol dire che siamo il Paese retrogrado che siamo. E non ci sono dubbi, su questo.

 

Quindi, con la stima sconfinata che si possa avere verso Mogol, bisogna espandere i confini, e non restringerli.

D’altronde, caro Mogol, lo hai detto tu: “Non si recinge l’aria”.

 

So che questa non sarà l’ultima poesia.

PS: solo io ho notato una certa analogia tra il video di “Soldi” e la copertina de “Il mio canto libero”, opera di Cesare Monti?

 

Enzo Bollani | Milano, 27 febbraio 2019.

 

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